costume di scannoNella recente escursione in quel di Scanno, rispetto agli anni ormai passati, un’assenza balzava agli occhi, mentre si passeggiava per le strade del borgo: le donne in costume. Ne ho colto una che percorreva a passo lento e con una conca in mano una tipica discesa a gradinata, quindi la quintessenza, il prototipo della scannesità femminile e subito mi preparai per la giusta inquadratura. Poi da una semicurva sporsero le fotocamere e le figure di chi stava lavorando con la donna per un servizio fotografico. Insomma un artefatto!
Altre due donne in costume festivo uscivano dalla messa, ma i loro visi erano così tristemente brutti da svilire l’abito e inibire il dito poggiato sull’otturatore.
Un tempo, non molto remoto, le donne di Scanno, specie dopo i 55 anni, non rinunciavano mai al loro costume tradizionale giornaliero, tutto nero, lo stretto corpetto in contrasto con gonne ampie, il capo coperto. Abito che portavano con grazia ed eleganza oppure era la foggia complessiva del costume ad attribuire loro queste qualità.
A differenza del mondo animale, dove per solito è la livrea del maschio ad essere per dimensioni aspetto e colori la più accattivante -e probabilmente anche responsabile della presunzione di essere genere dominante- a Scanno i maschi non corrono questo rischio. Hanno ormai da tempo dismesso il loro modesto costume, mentre numerosi servizi fotografici, peraltro non molto datati, mostrano donne in costume giornaliero o di festa negli atteggiamenti più diversi, dimostrandosi, anche in età avanzata, capaci di autoironia, disponibili allo scherzo, insomma di mentalità aperta. Le donne di Scanno le ho conosciute nel 1976, poco dopo il mio arrivo a Chieti per lavorare nella Divisione di Radioterapia, che risiedeva in una stretta ala del vecchio ospedale, per cui tutti i locali risentivano del sottodimensionamento. Questo per dire che, nell’ambulatorio e nel bunker del Cobalto, non esistevano spogliatoi dedicati. I pazienti, per essere visitati o trattati, dovevano spogliarsi all’interno di questi vani, quindi in zona operativa.
Ben presto appresi che visitare una scannese comportava tempi pari a quelli di almeno due o tre donne “normali”. Peggio in inverno!
La quantità di indumenti che la donna, aiutata dall’infermiera, riusciva a togliersi sovrabbondava le capacità dell’attaccapanni in dotazione e richiedeva l’uso di una sedia per il necessario appoggio.
Il copricapo in panno di lana quadrato, ma piegato sulla diagonale, annodato dietro il collo con due code sulle spalle. La gonna lunga, alla caviglia, formata da numerosi teli di panno, di larghezza varia tra gli 11 ed i 15 metri, del peso di circa 10 Kg. Sopra, un grosso grembiule di cotone di vario colore, largo oltre due metri, che lascia scoperta la parte posteriore donde sporgono le pieghe della gonna. Il giubbetto di tutti i giorni nero a maglia con maniche lunghe e scollato a V oppure di panno nero (giustacuore) in uso la festa o in circostanze particolari (la visita medica), con maniche lunghe molto strette ai polsi, pieghettate, ma ampie a mo’ di calzoni alla zuava ai gomiti, aderente alla vita e bloccato con ganci, decorato con file di bottoni disposti variamente, chiuso in alto fin quasi al collo. Poi i gioielli tradizionali.
E questo è il costume recente, a cui si è giunti per praticità, considerato dimesso rispetto al giornaliero in uso nell’ottocento e fino all’inizio del novecento.
Ma quello che non si può immaginare è quanto sta sotto, l’intimo: in basso sottovesti in fustagno o tela di cotone a seconda delle stagioni, in alto camiciole, corsetti, sostegni vari e a pelle, nella stagione fredda, pesanti maglie di lana di pecora filata e tessuta in casa.
Finalmente, terminata la svestizione, ecco emergere la realtà: la dea scannese diventava una donna nelle sue larghe e comode mutande di tela, e il paradosso: dalla farfalla questa volta la crisalide.
Più complesso, laborioso e lungo il rivestirsi. A volte s’approfittava per andare a prendersi un caffè.